Nella storia ci sono state formule minuscole che hanno cambiato il mondo. Proprio così, poche lettere e qualche simbolo, e tutto è diventato diverso.

Isaac Newton, per esempio, scrisse questa: F = m · a

In parole povere: per spostare un armadio serve più forza che per spostare una sedia. Una cosa che sappiamo tutte per esperienza diretta, vero? Eppure con quella stessa formula si spiegano anche i movimenti dei pianeti. Da un armadio all’universo, con tre letterine.


Poi è arrivato Einstein con la sua, ancora più corta e ancora più sconvolgente: E = m · c²

Dentro una quantità minuscola di materia si nasconde un’energia immensa. Un po’ come certi momenti della vita: sembrano piccoli, insignificanti, e invece ti cambiano per sempre.


E poi c’è Louis de Broglie, che ha scritto una cosa che ancora mi affascina: λ = h / p

Tradotto: anche la materia, quella che tocchiamo con le mani, non è così solida come sembra. È fatta di onde, di vibrazioni, di movimento continuo. Come il mare — da lontano lo vedi piatto e compatto, ma se ci metti i piedi dentro capisci che è tutto un fremito.


Tre formule minuscole. Tre rivoluzioni enormi.


E allora ho pensato: e se provassi a scriverne una anche noi ?
Non per i pianeti, non per le particelle. Per la vita di tutti i giorni. Per noi. Eccola:

F = R − A

Dove F è la felicità, R è la realtà, e A sono le aspettative.

La felicità è la realtà… senza aspettative.

Semplice, no? Eppure quante volte l’abbiamo vissuta, questa formula, senza saperlo?

Perché spesso non siamo state male per quello che c’era davvero. Siamo state male per quello che ci aspettavamo ci fosse. Un amore che immaginavamo diverso. Un lavoro più giusto. Un corpo che non cambiasse così in fretta — e invece eccolo lì, che fa di testa sua. Una vita un po’ più semplice, un po’ più come l’avevamo immaginata a vent’anni.


Poi la realtà prende un’altra strada. E lì nasce la delusione. Non perché la realtà sia terribile — spesso non lo è — ma perché non è quella che avevamo disegnato in testa.

Forse allora la felicità non si costruisce aggiungendo cose. Forse si trova togliendo. Si tolgono le aspettative i “doveva andare così”, le pretese, i confronti con le vite degli altri, i conti che non tornano mai.


E quello che resta, a volte, è già più che sufficiente.

Una mattina tranquilla con il caffè ancora caldo. Una passeggiata al sole. Una crema la sera, davanti allo specchio, come un piccolo gesto d’amore verso se stesse — perché prendersi cura della propria pelle non è vanità, è rispetto. Una telefonata con un’amica, una risata, un momento che non vale niente e invece vale tutto.

Piccole cose. Ma vere.

Forse la felicità non abita nei grandi traguardi. Forse abita proprio lì, in quello spazio tranquillo che si apre quando smettiamo di aspettarci che le cose siano diverse da come sono.

Si sottrae, non si aggiunge.
F = R − A

Dove F è la felicità che è uguale a R che è la realtà meno A che sono le aspettative.

E quello che resta di , guardandoci bene intorno, spesso è già abbastanza.

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